Dal 2027 si andrà in pensione più tardi, ma con un assegno potenzialmente più basso. Il doppio effetto, già al centro delle critiche della Cgil, nasce dall’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione: i numeri che convertono i contributi accumulati durante una vita di lavoro nella rendita previdenziale annuale.
Detta così sembra una questione da tecnici, da tabelle piene di decimali. Ma il risultato arriva dritto sul cedolino. E resta lì, mese dopo mese.
Il taglio parte dai coefficienti
Dal 1° gennaio 2027 entreranno in vigore coefficienti meno favorevoli rispetto a quelli applicati nel 2026. Il cambiamento riguarda chi riceve una pensione calcolata interamente con il sistema contributivo e chi, pur avendo un assegno misto, ha una quota determinata con il metodo contributivo.
Il principio è semplice, almeno sulla carta: si prende il montante, cioè la somma dei contributi versati e rivalutati nel tempo, e lo si trasforma in pensione attraverso un coefficiente legato all’età in cui si smette di lavorare. Se quel parametro scende, a parità di capitale accumulato e di età, scende anche l’importo della pensione.
Ecco il punto. Non si parla di contributi mancanti o di errori nella carriera lavorativa. Si parla dello stesso lavoratore, con gli stessi versamenti, che lascia il lavoro in un anno anziché nell’altro. Nel 2027, però, il calcolo sarà meno generoso.
Quanto si perde: due esempi concreti
Le simulazioni riportate dalle fonti disponibili rendono l’effetto più chiaro di qualsiasi formula.
Con un montante contributivo di 250mila euro, chi va in pensione a 67 anni riceverebbe nel 2026 circa 1.078 euro lordi al mese, calcolati su tredici mensilità. Dal 2027, nelle stesse condizioni, l’importo scenderebbe a circa 1.060 euro lordi mensili.
La differenza è di 18 euro lordi al mese. Non una cifra che ribalta da sola un bilancio familiare, certo. Però sono 234 euro lordi in meno ogni anno, e quel taglio accompagna il pensionato nel tempo. Non è una trattenuta una tantum, insomma.
Un secondo caso riguarda un lavoratore con 300mila euro di montante che accede alla pensione di vecchiaia a 67 anni e un mese, l’età indicata per il 2027. La perdita stimata arriva a circa 284 euro lordi all’anno: poco meno di 22 euro lordi al mese, considerando la tredicesima.
In alcune fasce d’età e situazioni contributive la riduzione può avvicinarsi al 2%. La percentuale può sembrare modesta. Ma su un reddito fisso, magari già tirato tra bollette, spese mediche e affitto, anche venti euro cambiano parecchio il margine a fine mese. Basta guardare il carrello della spesa, no?
Non riguarda soltanto chi lascia il lavoro nel 2027
La Cgil invita a non leggere l’aggiornamento come un episodio isolato. Lara Ghiglione, segretaria confederale del sindacato, segnala che il problema investe anche gli anni successivi e, più in generale, la tenuta dell’impianto previdenziale per le generazioni più giovani.
“L’adeguamento alla speranza di vita pesa già oggi sulle nuove generazioni, che vedono allontanarsi sempre di più l’età della pensione e si trovano a dover affrontare assegni sempre più bassi”.
È questa la contestazione centrale: mentre l’uscita dal lavoro si allontana per effetto degli adeguamenti anagrafici, la parte contributiva dell’assegno può perdere valore attraverso coefficienti più bassi. Più anni da lavorare, quindi. E una rendita che rischia di non crescere nella stessa direzione.
La Cgil collega il tema anche alle disuguaglianze già presenti nel mercato del lavoro. Chi ha avuto una carriera continua, stipendi stabili e contributi regolari parte con una base diversa rispetto a chi ha alternato contratti brevi, partite Iva fragili, periodi di disoccupazione o lavoro povero. Il metodo contributivo fotografa tutto: ogni vuoto contributivo pesa.
Il nodo dei nuovi esodati
Nel suo allarme, il sindacato richiama anche il rischio di oltre 44mila nuovi esodati dal 2027. Con “esodati” si intendono, in sostanza, lavoratori che escono dal posto di lavoro contando su regole pensionistiche o tutele poi non disponibili nei tempi previsti. Una zona grigia, quella tra stipendio e pensione, che in Italia ha già lasciato molte persone senza entrate adeguate.
Il tema non coincide con i coefficienti di trasformazione, ma si incrocia con la stessa domanda: cosa accade a chi resta troppo giovane per la pensione, troppo anziano per rientrare facilmente al lavoro e senza una rete sufficiente?
La risposta non sta nei decimali di una tabella. Sta nelle vite che quei decimali misurano.
Cosa controllare davvero
Per chi è vicino alla pensione, il confronto tra 2026 e 2027 non può limitarsi alla cifra mensile stimata. Bisogna verificare almeno tre elementi:
- il montante contributivo, consultabile attraverso l’estratto conto previdenziale;
- l’età di uscita, perché anche pochi mesi incidono sul coefficiente applicato;
- il sistema di calcolo, contributivo puro oppure misto, dato che il taglio coinvolge la quota contributiva.
Non esiste una risposta identica per tutti. Anticipare o rinviare l’uscita dal lavoro può cambiare l’importo, ma la scelta dipende dalla carriera, dalla
