Lo spazio sopra la nostra testa non è più vuoto

Diecimila oggetti che sfrecciano sopra di noi non fanno rumore. Per fortuna. Ma basta guardare i numeri per capire che l’orbita terrestre bassa sta diventando una specie di tangenziale all’ora di punta, solo a diverse centinaia di chilometri d’altezza.

Starlink, la rete satellitare di SpaceX, ha superato quota 10.000 satelliti in orbita secondo i conteggi più recenti disponibili. A confronto, le stime citate dall’Agenzia spaziale europea parlano di circa 15.700 satelliti attivi attorno alla Terra. Tradotto: quasi due satelliti operativi su tre portano il marchio Starlink. Un dominio che fa impressione, sì. E che spiega perché ogni nuovo progetto venga osservato con una certa attenzione.

Perché non si tratta soltanto di portare internet dove la fibra non arriva. C’è di mezzo il controllo delle comunicazioni, delle frequenze radio, dei dati. E, sempre più spesso, della sicurezza nazionale.

Starlink corre. Gli altri provano a non restare indietro

SpaceX ha costruito un vantaggio difficile da ignorare. Lancia satelliti con una frequenza altissima grazie ai Falcon 9, li sostituisce quando serve e amplia la costellazione quasi a ritmo industriale. Una logica che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza, oggi è una tabella di marcia.

La rete serve utenti privati, aziende, mezzi in movimento e aree colpite da emergenze. Ma il suo peso cresce anche per un altro motivo: le infrastrutture commerciali nello spazio possono avere un uso civile e governativo insieme. Una connessione affidabile in una zona isolata può aiutare chi lavora da remoto. Oppure garantire continuità operativa a servizi pubblici, soccorsi, droni e strutture strategiche.

E qui la partita cambia faccia.

Negli Stati Uniti, la Federal Communications Commission ha autorizzato Logos Space Services a lanciare oltre 4.000 satelliti. L’obiettivo dichiarato è costruire una propria costellazione entro il 2035. Per ora non parliamo di satelliti già nello spazio: parliamo di un via libera regolatorio, quindi di una possibilità concreta ma ancora tutta da realizzare. Però il segnale è chiarissimo. Il mercato non vuole lasciare Starlink da sola in corsia.

Quattromila unità, dette così, sembrano una cifra da bilancio aziendale. In orbita sono migliaia di veicoli che devono mantenere quota, evitare collisioni, comunicare senza pestarsi i piedi sulle frequenze. E poi rientrare a fine vita. Non proprio un dettaglio.

L’Europa vuole una rete sua

L’Unione europea risponde con IRIS², la futura costellazione pensata per rafforzare l’autonomia europea nelle comunicazioni satellitari. Il nome completo è Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite: lungo, molto europeo, ma abbastanza esplicito.

L’idea alla base è semplice: non dipendere interamente da fornitori esterni per collegamenti che riguardano governi, istituzioni e servizi sensibili. Secondo le informazioni disponibili sul progetto, il Parlamento europeo ha approvato il regolamento con 603 voti favorevoli, 6 contrari e 39 astensioni. Il budget indicato nelle prime fasi ammontava a 2,4 miliardi di euro.

IRIS² non nasce per copiare Starlink punto per punto. La priorità dichiarata riguarda la protezione delle comunicazioni governative e la resilienza delle connessioni. Ma sarebbe ingenuo far finta che non esista anche una questione industriale. Se l’Europa rinuncia a costruire capacità autonome nello spazio, rischia di comprare per anni servizi decisi altrove. Va beh, il libero mercato esiste. Però quando parli di reti usate anche nelle crisi, la dipendenza smette di essere una parola astratta.

Secondo me questa è la parte che passa più facilmente in secondo piano. La connessione satellitare non è soltanto una tecnologia da camper, barche e case di montagna. È infrastruttura. Come una strada, una rete elettrica, una dorsale in fibra. Solo che questa gira sopra le nuvole.

Il vero ingorgo non riguarda soltanto i satelliti

Ogni costellazione deve condividere lo spazio fisico e lo spettro radio con le altre. Le orbite basse, quelle usate dalle grandi reti per ridurre il ritardo nella trasmissione dei dati, attirano sempre più operatori. E le frequenze disponibili, comprese quelle nella banda dei 2 GHz citate nel dibattito di settore, diventano risorse contese.

Non basta mandare su un satellite e accenderlo. Bisogna coordinarne le traiettorie, notificare le manovre, limitare le interferenze e rispettare regole che spesso arrivano da accordi internazionali complessi. L’Unione internazionale delle telecomunicazioni, l’ITU, gioca un ruolo rilevante proprio nell’assegnazione e nel coordinamento dello spettro. Sembra burocrazia, lo so. Ma senza quelle regole il segnale del tuo terminale potrebbe finire in mezzo a una conversazione che non gli appartiene.

Poi c’è il problema più visibile, almeno per chi segue lo spazio: i detriti. Un satellite fuori servizio, un frammento prodotto da un impatto, una parte di razzo rimasta in quota. A quelle velocità anche un oggetto piccolo può diventare un proiettile. Le costellazioni moderne prevedono manovre per evitare collisioni e procedure di rientro, ma l’aumento dei lanci rende la gestione sempre più delicata.

È come aggiungere migliaia di auto a una città senza allargare le strade, senza semafori migliori e senza un vigile che parli con tutti. Funziona finché funziona. Poi basta un errore.

Una gara che non finirà con un solo vincitore

Starlink parte avanti, molto avanti. Logos ha ottenuto un’autorizzazione importante. L’Europa prova a costruire IRIS² per avere una rete sotto il proprio controllo politico e industriale. Nel frattempo, ogni costellazione aggiunge pressione a un ambiente che nessuno possiede davvero ma che tutti vogliono usare.

C’è chi dice che lo spazio sia infinito. Vero, in senso astronomico. L

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