Google paga oltre 400 testate per usare i loro contenuti nelle funzioni di intelligenza artificiale. Tra gli ultimi ingressi ci sono CNN, Financial Times, Axios e Forbes. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: è uno dei segnali più concreti di come cambierà il rapporto, già teso, tra motori di ricerca ed editori.
Google ha comunicato giovedì l’espansione del suo News AI pilot program, il programma sperimentale che consente alle redazioni partner di concedere contenuti con diritti estesi per prodotti editoriali basati sull’AI. In cambio, Mountain View riconosce un compenso. Quanto? Non si sa. Le parti tengono riservate le cifre, tutte le cifre.
E qui c’è già il primo punto da fissare: Google non paga gli editori per ogni risposta generata dall’intelligenza artificiale. Paga per la fornitura e l’uso dei cosiddetti enhanced content, materiali editoriali destinati alle funzioni sperimentali del programma. Una differenza non piccola.
Più di 400 firme. E nomi pesanti
Il progetto ha ormai superato quota 400 pubblicazioni nel mondo. Google lo aveva avviato nel dicembre 2025 con partner come The Washington Post e The Washington Examiner; nella prima fase figuravano anche The Guardian, Der Spiegel, El País e The Times of India.
Adesso arrivano CNN, Financial Times, Axios e Forbes. Accanto ai grandi marchi nazionali, Google ha coinvolto pure editori locali statunitensi: il Post and Courier di Charleston, il Texas Tribune, Oil City News del Wyoming e Shaw Media. Una lista che racconta bene la strategia. Non solo grandi testate internazionali, insomma, ma una rete editoriale larga e diversificata.
Per Google, avere una platea simile significa disporre di giornalismo con licenza da usare nei nuovi strumenti informativi. Per gli editori, significa provare a trasformare in ricavi una risorsa che fino a ieri portava soprattutto traffico: i propri articoli.
Cosa farà Google con questi contenuti
Le funzioni previste, almeno per ora, sono due.
La prima riguarda le pagine delle singole testate in Google News. L’azienda vuole creare approfondimenti generati dall’AI sugli articoli, con l’obiettivo dichiarato di offrire contesto al lettore prima del clic. Non un pezzo intero riscritto da zero, almeno secondo la descrizione fornita da Google, ma una panoramica più ricca della notizia.
La seconda funzione punta all’audio. Google sta sviluppando briefing personalizzabili, una sorta di podcast quotidiano prodotto dall’AI dentro l’app Google News: titoli, aggiornamenti e rimandi agli articoli citati. Il classico notiziario del mattino, diciamo, ma assemblato da un sistema automatico e modellato sugli interessi dell’utente.
Google sostiene che entrambi i prodotti mostreranno attribuzioni chiare e link diretti alle fonti originali. È la promessa centrale. Il lettore ascolta o legge un riassunto, poi può raggiungere la testata che ha svolto il lavoro alla base. Funzionerà davvero così, con clic reali e non solo con un link lasciato lì? Questa è la domanda.
Nello stesso momento, la società ha aggiornato anche AI Mode e AI Overviews nella Ricerca, aggiungendo più collegamenti dentro le risposte, caroselli di notizie e sezioni dedicate ai siti ufficiali. Un tentativo di rispondere alle critiche degli editori, che da mesi guardano con sospetto alle sintesi automatiche in cima alla pagina.
Il caso CNN e l’accordo pluriennale
CNN ha firmato un’intesa pluriennale con Google. L’accordo concede al gruppo diritti ampliati sui propri contenuti per le funzionalità generative sperimentali e prevede un pagamento, ma CNN e Google non hanno indicato né l’importo né la struttura economica dell’intesa.
“L’innovazione di Google nell’AI generativa ha cambiato il modo in cui le persone scoprono informazioni e contenuti, e ora questi strumenti ci aiuteranno a esplorare nuovi modi per scoprire e coinvolgere il pubblico”, ha dichiarato Sam Felix, senior vice president per le partnership strategiche e lo sviluppo business di CNN.
La rete considera l’intesa parte della propria strategia di tutela della proprietà intellettuale. E non ha escluso colloqui con altre aziende AI. Tradotto: il contratto con Google non chiude la porta a possibili accordi con altri gruppi tecnologici. Anzi.
Non è un pagamento “a consumo”
Il meccanismo economico merita attenzione. Google non applica un modello basato sul valore prodotto dalla singola risposta: se un articolo di una testata contribuisce molto a un output dell’AI, il suo compenso non cresce automaticamente. L’azienda ha chiarito che il programma non usa un sistema pay-per-value.
Questo rende l’accordo più semplice da gestire, ma lascia aperto un problema: gli editori non hanno un riferimento pubblico per capire quanto valgano i loro contenuti. Con oltre 400 partecipanti e condizioni riservate, chi resta fuori non può confrontare offerte, tariffe o criteri. Boh, non proprio una situazione comoda per chi negozia da solo.
Nel frattempo le redazioni affrontano un calo della visibilità organica. Un’analisi citata nel materiale sul programma segnala che il tasso di clic sui primi risultati organici di Google è passato dal 28% al 19% dopo l’espansione degli AI Overviews. Le persone trovano una risposta nella pagina del motore e spesso si fermano lì. Il giornale resta dietro, a un clic di distanza. O a nessun clic.
Licenze oppure cause
Gli editori si muovono su due strade. Alcuni contestano in tribunale l’uso non autorizzato delle opere giornalistiche per addestrare i modelli
