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Pensioni 2027, la rivalutazione può sfiorare il 3%: ma il dato ufficiale non c’è ancora

Per molti pensionati la domanda è semplice: quanto crescerà l’assegno INPS da gennaio 2027? Le prime proiezioni parlano di una rivalutazione compresa tra il 2,6% e il 2,9%, con una stima centrale attorno al 2,7%. Non è poco, soprattutto dopo anni in cui il carrello della spesa, le bollette e le cure hanno corso più veloci della pensione.

Però attenzione. Questi non sono ancora importi definitivi, né una misura già scritta nella Legge di Bilancio 2027. Il tasso provvisorio arriverà, come accade ogni anno, con un decreto del ministero dell’Economia d’intesa con il ministero del Lavoro, atteso a novembre 2026. Fino ad allora si ragiona su numeri stimati, utili per orientarsi ma non da prendere come una promessa.

Ecco il punto. La pensione non aumenta tutta allo stesso modo per tutti.

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Il FOI decide, non il tasso d’inflazione generico

La perequazione automatica, cioè il meccanismo che adegua gli assegni al costo della vita, guarda all’indice FOI dell’Istat: l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi.

Sembra un dettaglio da addetti ai lavori. Non lo è. Spesso si sente dire che “l’inflazione è al 2,9%”, ma quel dato può riferirsi al NIC, l’indice nazionale per l’intera collettività. FOI e NIC tendono a muoversi nella stessa direzione, certo, ma non coincidono per forza. E basta uno scarto piccolo per cambiare qualche euro al mese.

Secondo le stime circolate nelle ultime settimane, il tasso di riferimento per il 2027 potrebbe collocarsi tra il 2,6% e il 2,9%. La cifra del 2,7% viene indicata come valore medio plausibile. Ma il decreto di novembre avrà l’ultima parola. Prima di quello, insomma, meglio tenere il portafoglio chiuso.

Le fasce: chi riceve l’aumento pieno e chi no

Il sistema previsto per il 2027 lavora per scaglioni. Non assegna una percentuale unica all’intero trattamento, ma applica percentuali diverse alle varie quote dell’importo mensile. Un meccanismo un po’ macchinoso, sì. Però più leggibile della vecchia regola che tagliava l’indicizzazione sull’assegno complessivo.

Con le soglie calcolate sul trattamento minimo indicato per il 2026, pari a 611,85 euro mensili, la struttura sarebbe questa:

  • fino a quattro volte il minimo, cioè fino a 2.447,40 euro lordi al mese: rivalutazione al 100% dell’indice FOI;
  • tra quattro e cinque volte il minimo, quindi tra 2.447,40 e 3.059,25 euro: rivalutazione al 90%;
  • oltre cinque volte il minimo: rivalutazione al 75% sulla quota che supera quella soglia.

Tradotto in italiano normale: chi prende una pensione sotto i circa 2.447 euro lordi mensili dovrebbe ottenere l’intero adeguamento previsto. Per gli assegni più alti, invece, l’aumento si riduce gradualmente sulla parte eccedente. Non significa che una pensione da 3.500 euro riceva solo il 75% su tutto l’importo. No. La riduzione scatta soltanto sulle fasce superiori.

Un esempio pratico, senza promesse

Prendiamo una pensione lorda di 1.500 euro al mese. Se il tasso definitivo fosse del 2,7%, l’incremento teorico lordo sarebbe vicino a 40,50 euro mensili. Il netto dipenderà poi dall’Irpef e dalle detrazioni personali: il cedolino, come sanno bene i pensionati, ha sempre l’ultima battuta.

Su un assegno di 2.800 euro lordi il calcolo diventa meno lineare. La quota fino a 2.447,40 euro riceverebbe il 100% del tasso, mentre la parte restante avrebbe il 90% della rivalutazione. E sopra i 3.059,25 euro entrerebbe la terza fascia, quella al 75%.

Non c’è un numero identico per tutti. È proprio qui che nascono le incomprensioni: leggere “pensioni al +2,7%” non vuol dire che ogni assegno crescerà del 2,7% netto, né che l’intera pensione beneficerà sempre della stessa percentuale.

Il conto per lo Stato: 14,7 miliardi in più

La rivalutazione non pesa soltanto sui singoli cedolini. Pesa, eccome, sui conti pubblici. Le stime riportate dal Sole 24 Ore quantificano in circa 14,7 miliardi di euro l’aumento della spesa pensionistica nel 2027 legato alla perequazione.

La spesa complessiva passerebbe da 351,8 a 366,5 miliardi: un incremento del 4,2%. Dentro quel dato non c’è solo l’adeguamento al caro-vita, naturalmente. Ma la perequazione rappresenta una voce molto rilevante. Ogni decimale dell’inflazione, quando riguarda milioni di prestazioni, diventa una cifra enorme.

Ed è anche per questo che il tema pensioni torna puntualmente al centro della manovra. Da una parte c’è la tutela del potere d’acquisto. Dall’altra ci sono i vincoli di finanza pubblica. Il tavolo è quello, non cambia mai.

Non solo assegni: dal 2027 sale anche l’età pensionabile

La Legge di Bilancio 2027 dovrà fare i conti pure con l’adeguamento dei requisiti di uscita. Secondo quanto comunicato dall’INPS, dal 1° gennaio 2027 la pensione di vecchiaia richiederà 67 anni e un mese. Nel 2028 si passerà a 67 anni e tre mesi.

Per la pensione anticipata ordinaria, nel 2027 serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Dal 2028 i requisiti saliranno ancora di due mesi.

Ci sono però eccezioni. Gli addetti ad attività gravose o usuranti — per esempio alcuni lavoratori notturni, chi opera in catena di montaggio e le categorie comprese nel decreto legislativo 67 del 2011 — non subiranno l’adeguamento nel biennio 2027-2028, secondo le indicazioni dell’INPS.

Il prossimo passaggio sarà novembre 2026, quando il decreto fisserà il tasso provvisorio e trasformerà le simulazioni in numeri concreti. Fino ad allora una domanda resta sul tavolo, abbastanza scomoda: l’aumento riuscirà davvero a coprire ciò che ogni mese sparisce tra farmacia, spesa e bollette?

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