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La pensione a 64 anni, e una frattura che resta

La riforma delle pensioni ha acceso una delle più lunghe e dure stagioni di protesta della Francia recente. Al centro c’è una misura molto concreta: l’innalzamento dell’età legale per andare in pensione da 62 a 64 anni, deciso dal governo di Emmanuel Macron.

Due anni in più. Sulla carta sembrano pochi. Nella vita di chi svolge lavori usuranti, di chi ha iniziato presto o ha carriere discontinue, diventano tutt’altra cosa. Ecco perché la contestazione non si è spenta quando la legge ha completato il suo percorso istituzionale.

La mobilitazione ha riempito piazze e strade per mesi, con scioperi nei trasporti, nei servizi pubblici, nelle raffinerie. E con tensioni sempre più frequenti. A Parigi, durante alcune giornate di protesta, la polizia ha usato lacrimogeni e ha affrontato gruppi di manifestanti; in diverse zone sono bruciati cassonetti e si sono verificati danneggiamenti.

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Il passaggio che ha fatto esplodere la rabbia

Il governo ha scelto di ricorrere all’articolo 49.3 della Costituzione per far passare il testo senza un voto finale dell’Assemblea nazionale. È un meccanismo previsto dall’ordinamento francese, ma politicamente pesante: lega l’approvazione di una legge alla fiducia sul governo.

Macron e l’esecutivo hanno difeso la scelta sostenendo che la riforma serva a garantire la tenuta finanziaria del sistema pensionistico. La linea dell’Eliseo è rimasta chiara: senza interventi, il deficit rischierebbe di crescere e il costo ricadrebbe sulle generazioni più giovani.

Per i sindacati, però, quel passaggio ha rappresentato molto più di una procedura parlamentare. Ha alimentato l’idea di una decisione imposta, arrivata nonostante l’opposizione di una parte ampia dell’opinione pubblica e della quasi totalità delle principali sigle sindacali. La piazza, insomma, non contestava solo il merito della norma. Contestava anche il metodo.

I numeri della piazza

Nella decima giornata nazionale di mobilitazione, il 28 marzo 2023, il ministero dell’Interno francese ha contato 740mila manifestanti nel Paese. I sindacati hanno fornito, come spesso accade, stime molto più alte.

La distanza tra i numeri è parte della battaglia politica. Ma non cambia il punto: la protesta ha coinvolto centinaia di migliaia di persone, da Parigi alle città di provincia. E ha tenuto insieme lavoratori dei trasporti, dipendenti pubblici, insegnanti, addetti alle raffinerie, studenti e pensionati.

Non tutte le manifestazioni sono finite negli scontri. Anzi, gran parte dei cortei si è svolta in modo pacifico. Ma le immagini dei roghi, delle barricate improvvisate e degli interventi delle forze dell’ordine hanno mostrato quanto fosse salita la temperatura. Quando una protesta dura settimane, la tensione tende ad accumularsi. Poi basta poco: un lancio di oggetti, una carica, un gruppo esterno al corteo. E la situazione cambia faccia.

La riforma non spiega tutto

Ridurre tutto alle pensioni sarebbe comodo, ma non basta. La riforma ha funzionato da punto di rottura in un Paese dove da tempo convivono salari sotto pressione, difficoltà nei servizi pubblici, disuguaglianze territoriali e una forte sfiducia verso la politica nazionale.

La Francia ha una tradizione sindacale e di piazza molto radicata. Non significa che ogni protesta abbia le stesse cause, né che ogni rivendicazione confluisca nello stesso movimento. Significa però che il conflitto sociale trova spesso uno spazio visibile, rumoroso, persino duro.

Il caso di Nahel, il diciassettenne ucciso da un agente durante un controllo stradale nel giugno 2023, ha aperto un’altra fase di disordini e rabbia, soprattutto nelle periferie urbane. Le rivolte successive alla sua morte non coincidevano con le manifestazioni contro la riforma pensionistica. Le due vicende hanno origini diverse. Ma hanno messo in luce, entrambe, una tensione che covava già sotto la superficie.

Studenti, scuole e il malessere più largo

Nel dibattito francese sono entrate anche le mobilitazioni studentesche. Gli studenti hanno portato in piazza richieste che vanno oltre l’età pensionabile: più risorse per la scuola, edifici in condizioni migliori, classi meno affollate e personale sufficiente.

Qui occorre distinguere. Le proteste scolastiche e i disordini giovanili non sono automaticamente un capitolo della vertenza sulle pensioni. Però raccontano un clima comune: molti giovani non vedono nelle istituzioni una risposta credibile alle difficoltà quotidiane. E quando la sfiducia cresce, ogni riforma impopolare diventa una miccia.

Il governo ha invitato alla calma e ha ribadito la necessità delle riforme. I sindacati hanno continuato a chiedere il ritiro della legge o modifiche sostanziali. Nessuna delle due parti, per lungo tempo, ha cambiato davvero posizione.

Macron davanti al conto politico

Per Emmanuel Macron la riforma delle pensioni rappresenta un passaggio identitario della sua presidenza. Il presidente ha sostenuto che il Paese non potesse rimandare ancora la scelta e che lavorare più a lungo fosse necessario per preservare il sistema.

Ma una legge può entrare in vigore e lasciare aperto lo scontro. È successo proprio questo. Il costo politico non si misura soltanto nelle giornate di sciopero o nelle vetrine danneggiate: si misura nella distanza tra il governo e una parte del Paese che non si è sentita ascoltata.

La domanda, allora, resta lì. La Francia riuscirà a trasformare quella rabbia in confronto politico, oppure ogni nuova crisi finirà per riportare le stesse tensioni nelle strade?

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